I misteri della formazione stellare nella Nebulosa Testa di Cavallo

La Nebulosa Testa di Cavallo
La Nebulosa Testa di Cavallo

Due articoli, uno pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal” e uno sulla rivista “Astronomy and Astrophysics”, descrivono altrettante ricerche sulla Nebulosa Testa di Cavallo, iconica per la sua particolare forma. Due team di ricercatori hanno utilizzato l’osservatorio volante SOFIA della NASA per mappare la distribuzione di gas e polveri legate all’attività di formazione stellare al suo interno.

La Nebulosa Testa di Cavallo, conosciuta anche come Barnard 33, fa parte della nube molecolare gigante di Orione B, a sua volta parte del Complesso nebuloso molecolare di Orione, una grande regione di formazione stellare tra le più attive. In termini astronomici è vicino, con una distanza stimata tra i 1.500 e i 1.600 anni luce dalla Terra, e non è coperta da nubi dense perciò è oggetto di una quantità notevole di studi.

Un team guidato da John Bally del Center for Astrophysics and Space Astronomy all’Universitaà del Colorado a Boulder, autore dell’articolo pubblicato su “The Astronomical Journal”, aveva lo scopo di capire se le intense radiazioni da stelle vicine fossero abbastanza forti da comprimere il gas all’interno della Nebulosa Testa di Cavallo da innescare la formazione di nuove stelle. Per riuscirci i ricercatori hanno combinato i dati raccolti con SOFIA con quelli di altri osservatori.

È risultato che le radiazioni provenienti dalle stelle vicine generano plasma caldo che comprime il gas freddo nella Nebulosa Testa di Cavallo. La pressione esercitata è però insufficiente a innescare la nascita di nuove stelle perciò serviranno ulteriori ricerche per capire esattamente cosa sta succedendo.

I ricercatori hanno comunque capito che la forma della Nebulosa Testa di Cavallo è dovuta a un’onda di ionizzazione causata dalle radiazioni stellari che ha investito la grande nube. L’area più densa ha fermato quell’onda, che invece ha continuato ad avanzare in aree meno dense.

Un altro team guidato da Cornelia Pabst dell’Università di Leida, in Olanda, autore dell’articolo su “Astronomy and Astrophysics”, ha analizzato la struttura e la luminosità del gas all’interno di regioni fredde e oscure nella Nebulosa Testa di Cavallo e attorno ad essa. Si tratta di una nebulosa oscura indicata come L1630 dove c’è una formazione stellare molto limitata in confronto a quella della nube molecolare gigante di Orione B o a quella della Nebulosa di Orione, conosciuta anche come M42.

Anche questi ricercatori hanno ottenuto solo risultati parziali concludendo che i modelli attuali non sono in grado di fornire una spiegazione completa per la forma, la struttura e la luminosità del gas nella Nebulosa Testa di Cavallo. La situazione anche in una piccola parte della nube molecolare è più complessa del previsto.

La mappa della Nebulosa Testa di Cavallo (NASA/SOFIA/J. Bally et. al) creata da entrambi i team mostra la Nebulosa in rosso e verde con le regioni ionizzate vicine alla nube molecolare in blu. Le aree rosse sono costituite da molecole di monossido di carbonio mentre quelle in verde sono costituite da atomi e ioni di carbonio colpiti da radiazioni emesse da stelle vicine.

L’osservatorio volante SOFIA (Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy) ha permesso di greare quella mappa grazie al potenziamento dello strumento GREAT (German Receiver at Terahertz Frequencies). Ciò ha permesso di creare la mappa molto più rapidamente usando 14 rilevatori contemporaneamente invece che uno solo. SOFIA è installato su un Boeing 747SP modificato perciò gli strumenti possono essere aggiornati tra un volo e l’altro. Alle altitudini a cui vola l’atmosfera non filtra gli infrarossi aiutando ricerche astronomiche come quella sulla Nebulosa Testa di Cavallo.

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