Massimo Luciani

Sistemi stellari osservati con SPHERE (Immagine ESO/H. Avenhaus et al./E. Sissa et al./DARTT-S and SHINE collaborations)

Due articoli, uno in pubblicazione sulla rivista “Astrophysical Journal” e uno su “Astronomy & Astrophysics”, descrivono due ricerche su una serie di sistemi stellari. Due team hanno utilizzato lo strumento SPHERE montato sul VLT dell’ESO in un caso per studiare i dischi di polvere e gas attorno a varie giovani stelle in sistemi in fase di formazione e nell’altro caso per studiare una coppia di dischi in un sistema con tre stelle.

Immagine di simulazione con una coppia di buchi neri (Immagine cortesia Northwestern Visualization/Carl Rodriguez)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Physical Review Letters” descrive le simulazioni dell’evoluzione di ammassi globulari del tipo comunemente presente nelle galassie per valutare le possibilità di fusioni tra buchi neri. Un team guidato dall’astrofisico Carl Rodriguez del MIT ha usato il supercomputer Quest della Northwestern University per simulare 24 ammassi con diverse caratteristiche calcolando anche gli effetti relativistici concludendo che possono avvenire fusioni in serie formando buchi neri più massicci di quelli stellari.

La Nebulosa Testa di Cavallo

Due articoli, uno pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal” e uno sulla rivista “Astronomy and Astrophysics”, descrivono altrettante ricerche sulla Nebulosa Testa di Cavallo, iconica per la sua particolare forma. Due team di ricercatori hanno utilizzato l’osservatorio volante SOFIA della NASA per mappare la distribuzione di gas e polveri legate all’attività di formazione stellare al suo interno.

I resti di supernova 1E 0102.2-7219

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” descrive lo studio di resti dei supernova identificati con la sigla 1E 0102.2-7219 nella Piccola Nube di Magellano. Un team di ricercatori guidato da Frédéric Vogt ha usato lo strumento MUSE installato sul VLT dell’ESO per osservare un grande anello di gas in quel sistema che si sta espandendo lentamente nelle profondità di altri numerosi filamenti di gas che invece si stanno muovendo rapidamente lasciandosi dietro una stella di neutroni al centro.

Mappa del campo magnetico (Immagine cortesia MPI for Astrophysics)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Classical and Quantum Gravity” descrive la ricostruzione della mappa dei campi magnetici generati dopo il Big Bang nel “vicinato cosmico”. Un team di ricercatori ha usato un algoritmo chiamato BORG (Bayesian Origin Reconstruction from Galaxies), sviluppato proprio per lavorare su strutture su vasta scala, a dati del catalogo di galassie 2M++ per calcolare come dovrebbero apparire oggi questi campi magnetici in un raggio di 300 milioni di anni luce attorno alla Terra.