Astronomia / astrofisica

Mappa delle aurore ultraviolette, indicate con i cerchi bianchi, sopra la struttura magnetica della crosta marziana, indicata con i vari colori (Immagine basata sui dati di J-C. Gérard et al (2015))

Due articoli, uno apparso sulla rivista “Journal of Geophysical Research: Space Physics” e uno apparso sulla rivista “Icarus”, descrivono una ricerca sulle aurore ultraviolette rilevate sul pianeta Marte dalla sonda spaziale Mars Express dell’ESA. Jean-Claude Gérard e Lauriane Soret dell’Università di Liegi, in Belgio, hanno diretto un team di scienziati che ha esaminato dieci anni di dati che sono stati analizzati per capire i meccanismi di creazione di queste aurore.

Rappresentazione artistica di una tempesta solare mentre strappa via gas dall'atmosfera di Marte (Immagine NASA/GSFC)

Ben due riviste ospitano una serie articoli che descrivono i risultati di un anno della missione della sonda spaziale MAVEN della NASA, “Science” e “Geophysical Research Letters”. Le conclusioni sui motivi per cui Marte ha perso la maggior parte della sua atmosfera sono state anche spiegate in una conferenza stampa della NASA tenuta ieri. In poche parole, la colpa è del vento solare, che ha potuto portare via l’atmosfera grazie all’assenza di un campo magnetico protettivo trasformando un pianeta che in origine era simile alla Terra nel desolato pianeta rosso che conosciamo oggi.

Schema dell'espulsione coronale. A sinistra, la corona si raccoglie verso l’interno, al centro diventa luminosa e a destra prima di essere espulsa dal buco nero (Immagine NASA/JPL-Caltech)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” descrive l’osservazione dettagliata di un’enorme eruzione di raggi X da parte di un buco nero supermassiccio conosciuto come Markarian 335 o Mrk 335. I telescopi spaziali Swift e NuSTAR sono stati usati per esaminare questo fenomeno di proporzioni gigantesche concludendo che è stato originato da un’espulsione coronale.

Rappresentazione artistica della sonda spaziale Voyager 1 nello spazio profondo (Immagine NASA/JPL-Caltech)

Un articolo pubblicato su “Astrophysical Journal Letters” descrive una nuova analisi dei dati raccolti dalla sonda spaziale Voyager 1 della NASA per capire perché certe rilevazioni fossero anomale. La Voyager 1 è entrata nello spazio interstellare nel 2012 ma i dati poco chiari avevano sollevato discussioni. Dopo circa un anno, la NASA aveva confermato l’evento ma certe caratteristiche inattese dell’area di confine del sistema solare richiedevano altri studi.

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko il 18 ottobre 2015 (Foto ESA/Rosetta/NavCam)

Un articolo appena pubblicato sulla rivista “Nature” descrive la scoperta di molecole di ossigeno nella chioma della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Si tratta di una scoperta sorprendente e non a caso è la prima volta che questa presenza viene rilevata in una cometa perché l’ossigeno molecolare è molto reattivo perciò tende a combinarsi ad esempio con l’idrogeno per formare acqua. Si tratta di ossigeno “sopravvissuto” fin dai tempi della formazione del sistema solare.