Pianeti

V774104 (Foto cortesia Subaru Telescope by Scott Sheppard, Chad Trujillo, and David Tholen. Tutti i diritti riservati)

Al 47° meeting annuale della American Astronomical Society’s Division for Planetary Sciences a National Harbor, nel Maryland, è stata annunciata la scoperta di un corpo celeste chiamato per ora solo V774104. Usando il telescopio Subaru alle Hawaii, un team guidato da Scott Sheppard della Carnegie Institution for Science e Chad Trujillo dell’Osservatorio Gemini alle Hawaii ha scoperto quello che sembra l’oggetto più distante finora individuato nel sistema solare essendo a circa 15,5 miliardi di chilometri dal Sole, circa il triplo di Plutone e circa 103 volte quella della Terra.

Foto di Phobos che mostra le scanalature sulla superficie (Foto NASA/JPL-Caltech/University of Arizona)

Al 47° meeting annuale della American Astronomical Society’s Division for Planetary Sciences a National Harbor, nel Maryland, è stata presentata una ricerca su Phobos, una delle lune del pianeta Marte. Terry Hurford del Goddard Space Flight Center della NASA ha diretto un team di scienziati che ha analizzato le scanalature sulla superficie di Phobos. La conclusione è che si tratta dei primi segni di un cedimento strutturale che porterà alla distruzione di questa luna.

Mappe tridimensionali di Wright Mons e Piccard Mons. Il blu indica le altitudini minori, il marrone quelle maggiori e il verde quelle intermedie (Immagine NASA/JHUAPL/SwRI)

Il team che si occupa della missione New Horizons della NASA sta presentando le ultime scoperte sul pianeta nano Plutone al 47° meeting annuale della American Astronomical Society’s Division for Planetary Sciences a National Harbor, nel Maryland. I dati raccolti dalla sonda spaziale nel corso del volo ravvicinato del 14 luglio 2015 hanno permesso di individuare possibili criovulcani. I dati relativi alle piccole lune di Plutone sono limitati ma fanno pensare sempre di più che almeno Cerbero e Idra siano il risultato della fusione di due o più asteroidi.

Mappa delle aurore ultraviolette, indicate con i cerchi bianchi, sopra la struttura magnetica della crosta marziana, indicata con i vari colori (Immagine basata sui dati di J-C. Gérard et al (2015))

Due articoli, uno apparso sulla rivista “Journal of Geophysical Research: Space Physics” e uno apparso sulla rivista “Icarus”, descrivono una ricerca sulle aurore ultraviolette rilevate sul pianeta Marte dalla sonda spaziale Mars Express dell’ESA. Jean-Claude Gérard e Lauriane Soret dell’Università di Liegi, in Belgio, hanno diretto un team di scienziati che ha esaminato dieci anni di dati che sono stati analizzati per capire i meccanismi di creazione di queste aurore.

Rappresentazione artistica di una tempesta solare mentre strappa via gas dall'atmosfera di Marte (Immagine NASA/GSFC)

Ben due riviste ospitano una serie articoli che descrivono i risultati di un anno della missione della sonda spaziale MAVEN della NASA, “Science” e “Geophysical Research Letters”. Le conclusioni sui motivi per cui Marte ha perso la maggior parte della sua atmosfera sono state anche spiegate in una conferenza stampa della NASA tenuta ieri. In poche parole, la colpa è del vento solare, che ha potuto portare via l’atmosfera grazie all’assenza di un campo magnetico protettivo trasformando un pianeta che in origine era simile alla Terra nel desolato pianeta rosso che conosciamo oggi.