
Nel corso della giornata di ieri il modulo sperimentale BEAM, collegato alla Stazione Spaziale Internazionale il 16 aprile, è stato gonfiato e pressurizzato dopo che il primo tentativo cominciato giovedi era stato interrotto. Le operazioni di installazione verranno completate con l’equalizzazione della pressione al suo interno con quella nel resto della Stazione. A quel punto l’equipaggio potrà cominciare la fase di test, che andrà avanti per circa due anni.
Il primo tentativo di gonfiare il modulo BEAM (Bigelow Expandable Activity Module) giovedi era iniziato bene ma dopo un po’ qualcosa non aveva funzionato. In teoria l’operazione era semplice, nel senso che l’astronauta della NASA Jeff Williams ha utilizzato un’apparecchiatura apposita per gonfiare lentamente BEAM. Getti d’aria sono stati emessi pochi secondi alla volta, in modo da evitare che un’espansione troppo rapida danneggiasse la struttura del modulo. Anche la Stazione Spaziale Internazionale rischiava di rimanere danneggiata in caso di espansione troppo rapida.
L’operazione è stata condotta con la cautela richiesta da un esperimento eppure dopo un po’ è stata rilevata una pressione più elevata del previsto all’interno del modulo BEAM. Nonostante ciò, la sua espansione si era fermata, lasciando perplessi non solo Jeff Williams ma anche gli ingegneri di NASA e del costruttore del modulo, Bigelow Aerospace. Questi esperimenti vanno condotti con prudenza perciò è stato deciso di interrompere il tentativo per discuterne e decidere come procedere.
Bigelow Aerospace ha pubblicato una nota in cui ha fatto notare che BEAM è rimasto impacchettato per parecchi mesi, ben più di quanto previsto. La perdita di due cargo spaziali ha causato ritardi nei lanci di vari esperimenti, compreso questo modulo sperimentale. Ciò può aver avuto qualche effetto sui materiali di cui è fatto, generando un attrito maggiore del previsto tra gli strati dei tessuti che rende più difficile l’espansione. Gli effetti sono forse stati maggiori nelle reali condizioni dello spazio in cui BEAM ha trascorso alcune settimane prima di essere gonfiato.
Nel corso della giornata di sabato, Jeff Williams ha nuovamente utilizzato l’attrezzatura per gonfiare il modulo BEAM in una serie di brevi emissioni d’aria. Ognuna di esse è stata attentamente monitorata lasciando tempo tra una e l’altra per permettere a BEAM di stabilizzarsi ed espandersi. Questa scelta ha funzionato e dopo dopo oltre sette ore e 25 emissioni d’aria il modulo si è gonfiato completamente. A quel punto è stato possibile procedere con la pressurizzazione.
Nei prossimi giorni verranno verificati eventuali danni a BEAM, soprattutto perdite d’aria. Se i controlli daranno esito positivo, Jeff Williams potrà entrare nel modulo per cominciare l’installazione di tutti i sensori che permetteranno di verificare che funzioni adeguatamente come scudo contro le radiazioni e nel mantenere le condizioni ambientali.
Questa storia ci mostra ancora una volta come nello spazio più che mai non si possa dare nulla per scontato ma anche che per risolvere un problema a volte basta analizzarlo con calma. Ora il modulo BEAM potrà davvero essere testato con la speranza che fra qualche anno le versioni più grandi e realmente abitabili possano essere usate. Il volume di partenza e il peso molto inferiori a quelli dei moduli normali li renderebbero davvero adatti a habitat spaziali di prossima generazione.

