2020

La stella S4711 (Immagine cortesia Florian Peißker et al.)

Due articoli pubblicati sulla rivista “The Astrophysical Journal” riportano ricerche su stelle che orbitano attorno a Sagittarius A*, o semplicemente Sgr A*, il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea, che includono quelle che raggiunge le velocità più elevate, S62 ed S4714, e quella che percorre l’orbita nel minor tempo, S4711 in 7,6 anni terrestri. Un team di ricercatori dell’Università tedesca di Colonia guidato da Florian Peißker ha usato osservazioni condotte con gli strumenti NACO e SINFONI montati sul VLT dell’ESO in Cile per tracciare l’orbita di S62. Con l’aggiunta di altri due ricercatori, il team ha tracciato anche le orbite di altre stelle di quell’area.

Rappresentazione artistica dell'asteroide interstellare 'Oumuamua (Immagine cortesia The international Gemini Observatory/NOIRLab/NSF/AURA artwork by J. Pollard)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio sull’asteroide interstellare 1I/2017 U1, conosciuto come ‘Oumuamua, che offre prove che non si tratta di una sorta di iceberg di idrogeno. Abraham Loeb del Center for Astrophysics | Harvard & Smithsonian (CfA) e Thiem Hoang del Korea Astronomy and Space Science Institute (KASI) ha esaminato la premessa dello studio che aveva proposto quella possibilità, cioè che un oggetto composto soprattutto di idrogeno molecolare potesse formarsi in una nube molecolare gigante ed essere spinto nello spazio interstellare. La conclusione dei ricercatori è che vari processi causerebbero la sublimazione dell’idrogeno molecolare perciò un iceberg probabilmente non potrebbe formarsi o verebbe distrutto dalle stelle che si sono formate nella stessa nube molecolare prima ancora che possa finire nello spazio interstellare.

Concetto artistico di nana nera (Immagine Baperookamo)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” riporta una ricerca sulla possibilità che in un futuro lontanissimo, stimato in 10^1100 anni, anche le nane nere possano esplodere in supernove. Matt Caplan dell’Università dell’Illinois ha studiato i modelli di evoluzione delle nane bianche, che continueranno a raffreddarsi mentre le reazioni picnonucleari, che avvengono a basse temperature ma ad elevatissima densità, genereranno ferro-56. In tempi abbastanza lunghi, anche le particelle elementari cominceranno a decadere e ciò causerà l’esplosione delle nane nere più massicce, con masse tra 1,2 e 1,4 volte quella del Sole. Potrebbe essere l’ultimo evento naturale di rilievo nell’universo.

Betelgeuse vista da Hubble (Immagine Andrea Dupree (Harvard-Smithsonian CfA), Ronald Gilliland (STScI), NASA and ESA)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta uno studio sull’affievolimento della stella Betelgeuse avvenuto tra la fine del 2019 e il primo trimestre del 2020 che aveva fatto pensare che la sua esplosione in supernova fosse imminente. Un team di ricercatori guidato da Andrea Dupree del Center for Astrophysics di Harvard e Smithsonian ha usato il telescopio spaziale Hubble con osservazioni agli ultravioletti per trovare le tracce di una gigantesca massa di plasma caldissimo che si è sollevata dalla superficie di Betelgeuse. Il plasma si è allontanato, raffreddandosi e trasformandosi in polvere che ha coperto pare della stella riducendone la luminosità fino a un terzo del normale.

La galassia SPT0418-47 (Immagine ALMA (ESO/NAOJ/NRAO), Rizzo et al.)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta lo studio di una galassia primordiale che noi vediamo com’era quando l’universo aveva 1,4 miliardi di anni e assomiglia alla Via Lattea, una sorpresa perché la vediamo quand’era molto giovane e secondo le teorie attuali dovrebbe essere turbolenta e instabile. Un team di ricercatori guidato da Francesca Rizzo, dottoranda del Max Planck Institute for Astrophysics in Germania, ha usato il radiotelescopio ALMA per osservare questa galassia, catalogata come SPT-S J041839-4751.9, o semplicemente SPT0418-47. Un aiuto è arrivato da una lente gravitazionale che ne ha ingrandito l’immagine, permettendo di vedere le similitudini con la Via Lattea e raccogliere nuove informazioni sui primi stadi di evoluzione delle galassie.