Quella che sembrava fosfina nelle nubi di Venere era probabilmente anidride solforosa

Il lato notturno di Venere visto dalla sonda spaziale Akatsuki (Immagine cortesia JAXA / ISAS / DARTS / Damia Bouic)
Il lato notturno di Venere visto dalla sonda spaziale Akatsuki (Immagine cortesia JAXA / ISAS / DARTS / Damia Bouic)

Un articolo accettato per la pubblicazione sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta una ricerca che offre una spiegazione alternativa alla presenza di fosfina su Venere. Un team di ricercatori ha utilizzato un usato un modello robusto delle condizioni nell’atmosfera di Venere rianalizzando i dati che avevano portato a concludere che c’era della fosfina. La nuova conclusione è che i dati sono coerenti con la presenza di anidride solforosa.

L’affermazione della presenza di fosfina nell’atmosfera di Venere aveva destato sensazione perché per quanto ne sappiamo solo batteri anaerobici sono in grado di produrla in quella quantità. Certo, riprodurre in laboratorio le condizioni estreme di Venere per compiere esperimenti è davvero difficile perciò c’era prudenza nell’interpretare quelle conclusioni. Successivamente, altri ricercatori avevano avanzato dubbi su quell’interpretazione dei dati raccolti e ora uno studio offre una spiegazione alternativa che sembra maggiormente plausibile.

Quella che era stata interpretata come la presenza di fosfina nell’atmosfera caldissima e composta al 96% di anidride carbonica era un’osservazione condotta con il James Clerk Maxwell Telescope (JCMT). Successivamente, essa sembrava essere stata confermata da osservazioni condotte con il radiotelescopio ALMA. Ora sembra che il problema sia stato nell’interpretazione dei dati.

Per questo nuovo studio, i ricercatori hanno utilizzato un modello di trasferimento radiativo usando i dati relativi all’atmosfera di Venere raccolti nel corso di decenni da sonde spaziali e telescopi dalla Terra. Questo approccio ha portato alla conclusione che quella che era stata interpretata come la firma chimica della fosfina non proveniva dalle nubi di Venere bensì da un’area a circa 80 chilometri o più sopra la superficie del pianeta. È un’altitudine dove sostanze chimiche aggressive e radiazioni ultraviolette distruggerebbero le molecole di fosfina nel giro di pochi secondi.

I ricercatori hanno anche scoperto che i dati rilevati dal radiotelescopio ALMA hanno probabilmente sottostimato in modo significativo la quantità di anidride solforosa nell’atmosfera di Venere. Si tratta di un fattore importante perché aveva contribuito ad attribuire i segnali ottenuti a fosfina.

Questa nuova analisi mostra come l’interpretazione di segnali elettromagnetici possa essere difficile. I vari composti non vengono visti direttamente ma vengono riconosciuti grazie alle tracce che lasciano nelle emissioni che arrivano da un oggetto, in questo caso Venere. Si tratta di tracce che possono richiedere un’interpretazione che dipende anche dalle caratteristiche degli strumenti usati per le osservazioni. Dati incompleti e limiti strumentali possono portare a interpretazioni errate e questo sembra il caso. L’astronomia è una scienza perciò il controllo dei dati e dei risultati della loro analisi è fondamentale. Le ricerche su Venere continueranno anche se probabilmente non c’è fosfina perché c’è ancora molto da capire su quel pianeta.

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