March 2021

Diversi valori della costante di Hubble

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta un metodo per misurare la velocità di espansione dell’universo che tiene conto delle differenze tra le supernove di tipo Ia utilizzate. Un team di ricercatori guidato da Nandita Khetan, dottoranda al Gran Sasso Science Institute e associata all’Istituto Nazionele di Fisica Nucleare (INFN) ha proposto un metodo per calibrare le distanze di quelle supernove usando le fluttuazioni di brillanza superficiale (in inglese surface brightness fluctuations, SBF) delle galassie che le ospitano. Il risultato è più vicino a quelli già calcolati con altri metodi rispetto a quello ottenuto senza quella calibrazione. Non risolve il problema dei valori della cosiddetta costante di Hubble molto diversi ma suggerisce la possibilità che il problema sia dovuto a imprecisioni strumentali e che non richieda una nuova fisica.

Concetto artistico dell'esopianeta GJ 1132 b (Immagine NASA, ESA, and R. Hurt (IPAC/Caltech))

Un articolo in fase di pubblicazione sulla rivista “The Astronomical Journal” riporta uno studio sull’atmosfera dell’esopianeta GJ 1132 b che indica che potrebbe aver perso la sua atmosfera originale e che successivamente se ne sia formata una nuova in seguito all’attività vulcanica. Un team di ricercatori guidato da Mark Swain del Jet Propulsion Laboratory della NASA ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale Hubble per rilevare la presenza di un’atmosfera contenente idrogeno, acido cianidrico, metano e ammoniaca con caligini composte da idrocarburi. Secondo i ricercatori, GJ 1132 b potrebbe essere nato come sub-nettuniano, aver perso la sua atmosfera originale perché è molto vicino alla sua stella e per questo molto caldo e quella che viene rilevata ora è una nuova atmosfera generata dall’attività vulcanica.

Concetto artistico del pianeta Pirx visto da una possibile luna (Immagine cortesia M. Mizera / Pta / Iau100)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy and Astrophysics” riporta la scoperta di ben 26 sistemi planetari all’interno del progetto TAPAS (Tracking Advanced Planetary Systems). Un team di ricercatori guidato dal professor Andrzej Niedzielski dell’Istituto di Astronomia alla NCU (Nicolaus Copernicus University) di Torun, in Polonia, ha usato oltre un decennio di osservazioni con i telescopi Hobby-Eberly e il Telescopio Nazionale Galileo per individuare le tracce di esopianeti attorno a vecchie stelle, per la maggior parte ormai diventate giganti rosse, l’ultima fase della loro vita. Per le loro masse molto simili a quella del Sole, tre stelle in particolare sono state definite sorelle maggiori del Sole.

Concetto artistico di P172+18 (Immagine ESO/M. Kornmesser)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta la scoperta del quasar con potenti emissioni radio più lontano. Un team di ricercatori guidato da Chiara Mazzucchelli, borsista dell’ESO in Cile, e da Eduardo Bañados del Max-Planck-Institut für Astronomie che include Roberto Decarli e Antonio Pensabene dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Bologna ha usato vari telescopi per identificare il quasar catalogato come PSO J172.3556+18.7734 e chiamato semplicemente P172+18. Questo quasar ha circa 13 miliardi di anni e ciò significa che lo vediamo com’era quando l’universo era molto giovane, meno di 800 milioni di anni dopo il Big Bang. Esso può offrire nuove informazioni sull’universo primordiale e sugli oggetti che le sue emissioni hanno attraversaro per raggiungere la Terra.

La nebulosa che circonda VY Canis Majoris vista da Hubble (Immagine NASA, ESA, and R. Humphreys (University of Minnesota), and J. Olmsted (STScI))

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal” riporta uno studio sull’affievolimento della stella ipergigante rossa VY Canis Majoris. Un team di ricercatori guidato dall’astrofisica Roberta Humphreys dell’Università del Minnesota, negli USA, ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale Hubble per studiare non solo la stella ma anche enormi grumi di materiali attorno ad essa. La conclusione è che VY Canis Majoris ha avuto momenti in cui ha espulso enormi quantità di materiali che hanno formato quei grumi e l’hanno oscurata per vari periodi, rilevati nel corso del tempo.