January 2022

Il polo nord di Giove con otto cicloni che circondano un ciclone centrale

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Physics” descrive similitudini tra i cicloni presenti ai poli del pianeta Giove e i vortici esistenti negli oceani terrestri. Un team di ricercatori che ne include alcuni dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) e dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) ha usato immagini catturate dalla sonda spaziale Juno della NASA dei cicloni gioviani per studiarli, confrontarli con analoghi fenomeni oceanici e descriverli applicando la fluidodinamica geofisica. La conclusione è che anche i cicloni gioviani sono prodotti e continuano la loro esistenza grazie a fenomeni di convezione che portano masse di gas caldo a salire verso l’alto per poi raffreddarsi e scendere nuovamente negli strati più profondi dell’atmosfera gioviana.

Concetto artistico dell'eplosione di una supergigante rossa (Immagine cortesia W.M. Keck Observatory/Adam Makarenko)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta le osservazioni della supernova catalogata come SN 2020tlf, il primo caso in cui astronomi hanno osservato una stella supergigante rossa nel periodo immediatamente precedente all’esplosione. Un team di ricercatori ha usato il telescopio Pan-STARRS alle Hawaii per rilevare i cambiamenti in atto nella supergigante rossa nell’estate nel 2020 per poi usare gli strumenti NIRES e DEIMOS dell’Osservatorio Keck, sempre alle Hawaii, per le prime rilevazioni spettrografiche delle emissioni della supernova nell’autunno del 2020. Successivamente, altri strumenti hanno aggiunto dati sulla supernova. Gli astronomi si aspettavano che una supergigante rossa passasse attraverso un periodo di tranquillità prima di esplodere, invece la progenitrice di SN 2020tlf ha emesso forti radiazioni nell’ultimo anno di vita.

Illustrazione del telescopio spaziale James Webb (Immagine NASA GSFC/CIL/Adriana Manrique Gutierrez)

Nella serata di ieri la NASA ha confermato il successo del completamento dell’apertura di tutti i componenti del telescopio spaziale James Webb. Lanciato il 25 dicembre 2021, questo telescopio spaziale di nuova generazione ha richiesto parecchi giorni di complesse operazioni per dispiegare le varie strutture che lo compongono per raggiungere la propria configurazione finale. Si trattava di una fase cruciale che includeva anche dei rischi nel caso in cui uno dei sistemi non avesseo funzionato correttamente. Ora si apre la nuova fase, quella della calibrazione degli strumenti, laboriosa al punto che richiederà diversi mesi prima che il James Webb possa finalmente cominciare la sua missione scientifica.

Un'illustrazione della Via Lattea e delle Nubi di Magellano con C-19 sul lato sinistro.

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta la scoperta di una corrente stellare primordiale ai confini della Via Lattea catalogata come C-19. Un team di ricercatori ha usato lo strumento GRACES sul telescopio Gemini Nord alle Hawaii per studiare questa corrente stellare scoperta nei dati raccolti dalla sonda spaziale Gaia. Le stelle che fanno parte di C-19 sono state identificate anche nell’indagine Pristine, che ha lo scopo di cercare le stelle con la più bassa metallicità della Via Lattea con il CFHT (Canada-France-Hawaii Telescope), anch’esso alle Hawaii. Ulteriori dati sono stati raccolti usando il Gran Telescopio Canarias alle Canarie. La conclusione dello studio è che le stelle di C-19 sono state strappate a un antico ammasso stellare quando la Via Lattea era molto giovane. Queste nuove informazioni potrebbero aiutare a capire meglio la formazione delle prime stelle.

La Nebulosa Fiamma con la nebulosa NGC 2023 sulla destra (Immagine ESO/Th. Stanke)

Un articolo accettato per la pubblicazione sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta un compendio dei primi risultati di un’indagine astronomica chiamata ALCOHOLS che riguarda il complesso molecolare di Orione. Per l’occasione, l’ESO ha pubblicato immagini della Nebulosa Fiamma di Orione, una delle aree di formazione stellare all’interno di quel complesso. I ricercatori guidati dall’allora astronomo dell’ESO Thomas Stanke hanno usato lo strumento SuperCam montato sul radiotelescopio APEX per mappare la presenza di monossido di carbonio in quell’area. Nonostante il suo nome e l’aspetto che ha nelle immagini, la Nebulosa Fiamma è molto fredda, con temperature che sono generalmente di pochi gradi sopra lo zero assoluto.