
Due articoli, uno pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” e uno sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters”, riportano diversi aspetti di uno studio del blazar catalogato come VLASS J041009.05−013919.88, o semplicemente J0410−0139, il più distante trovato finora. Due team di ricercatori dei quali uno include l’associata INAF Silvia Belladitta e l’altro include Roberto Decarli dell’INAF di Bologna hanno usato diversi telescopi spaziali e al suolo e alcuni radiotelescopi per ottenere rilevazioni in varie bande elettromagnetiche.
Questa combinrazione di osservazioni ha permesso di condurre una ricerca sistematica di nuclei galattici attivi e la conseguente individuazione di J0410−0139, un quasar del tipo puntato verso la Terra che viene chiamato blazar. Distante circa 12,9 miliardi di anni luce, potrebbe essere solo uno di tanti quasar risalenti all’epoca della reionizzazione, un periodo cruciale nella storia dell’universo in cui l’idrogeno, che in origine era neutro, venne separato in protoni ed elettroni. L’idrogeno neutro bloccava la luce percià la reionizzazione trasformò l’universo da un luogo buio a uno illuminato dalla luce delle stelle primordiali.
Individuare quasar risalenti a un’epoca così remota è davvero difficile anche per gli strumenti più potenti a disposizione degli astronomi. Per questo motivo, gli autori dei due studi hanno combinato osservazioni agli infrarossi con il New Technology Telescope (NTT) e il Large Binocular Telescope (LBT), uno dei telescopi Keck e il telescopio Magellano, una spettroscopia con Very Large Telescope (VLT), ai raggi X con i telescopi spaziali XMM-Newton dell’ESA e Chandra della NASA e nella banda radio con i radiotelescopi ALMA, NOEMA e VLA.
Il risultato di questa grande campagna di osservazioni in varie bande elettromagnetiche ha portato a confermare che J0410−0139 è un blazar distante circa 12,9 miliardi di anni luce dalla Terra. Secondo Eduardo Bañados, che ha guidato i vari aspetti di questo studio, il fatto che un quasar così lontano sia puntato verso la Terra suggerisce che potrebbero essercene molti altri i cui getti vanno verso altre direzioni.
Questa scoperta è importante per capire quanto i buchi neri supermassicci che alimentano questi quasar abbiano influenzato l’evoluzione dell’universo. Gli astronomi pensano che i buchi neri dotati di getti siano in grado di crescere ben più rapidamente di quelli che non hanno getti perciò trovare altri quasar primordiali come J0410−0139 aiuterebbe a verificarlo.
Lo studio del blazar J0410−0139 può essere importante anche perché l’analisi delle righe di assorbimento generate dalla materia incontrata dalla sua luce potrebbe permettere di studiare i segnali generati dall’idrogeno neutro. I buchi neri supermassicci sono tra i candidati assieme alle stelle per la ionizzazione dell’idrogeno primordiale. Ciò significa che questo è un modo per studiare la reionizzazione e i processi che hanno reso l’universo quello che possiamo vedere oggi.
