Astronomia / astrofisica

Una porzione di cielo fotografata dallo strumento NIRCam del telescopio spaziale James Webb con la galassia GN-z11 nel riquadro

Due articoli, uno pubblicato sulla rivista “Nature” e uno accettato per la pubblicazione sulla rivista “Astronomy & Astrophysics”, riportano diversi aspetti di uno studio della galassia GN-z11, una delle più distanti conosciute, che ha rivelato la presenza del più distante e antico buco nero trovato finora. Un team di ricercatori guidato da Roberto Maiolino dell’Università di Cambridge ha usato il telescopio spaziale James Webb per esaminare GN-z11 trovando le tracce dell’attività del buco nero supermassiccio al suo centro. Quelle tracce indicano che esso sta divorando la materia circostante a una notevole velocità. Analisi spettroscopiche hanno mostrato la presenza di un grumo di elio nell’alone che circonda GN-z11 e nessun elemento pesante e ciò suggerisce che in quell’alone possano formarsi stelle di prima generazione.

Rappresentazione artistica della nana bianca WD 0816-310 con il suo campo magnetico e i detriti che la circondano (Immagine ESO/L. Calçada)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta i risultati di uno studio della nana bianca catalogata come WD 0816-310 e di quella che è stata definita come una cicatrice sulla sua superficie, lasciata dai materiali di un grosso asteroide inghiottito. Un team di ricercatori ha utilizzato il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO in Cile per ottenere le informazioni necessarie a identificare gli elementi metallici che formano quella cicatrice e la sua concentrazione in un’area specifica, cioè uno dei suoi poli magnetici. Questo risultato offre nuove informazioni sull’evoluzione dei sistemi planetari dopo la morte della loro stella.

I resti della supernova SN 1987A visti dal telescopio spaziale James Webb

Un articolo pubblicato sulla rivista “Science” riporta nuove prove che la supernova SN 1987A ha generato una pulsar. Un team di ricercatori ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb per rilevare gli effetti di emissioni a elevata energia provenienti dalla pulsar o dalla pulsar wind nebula, una nebulosa che la circonda ed è alimentata proprio dalla pulsar. Si tratta di conferme di conclusioni raggiunte da altri team di ricercatori negli anni scorsi usando osservazioni in altre bande elettromagnetiche.

Rappresentazione artistica di una collisione nella Fascia di Kuiper che genera polvere (Immagine cortesia Dan Durda, FIAAA)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio della presenza di polvere nella Fascia di Kuiper la quale suggerisce che possa essere molto più estesa di quanto si pensasse o che vi sia una seconda Fascia esterna a quella conosciuta. Un team di ricercatori ha utilizzato rilevazioni condotte con lo strumento Venetia Burney Student Dust Counter (VBSDC, o semplicemente SDC) della sonda spaziale New Horizons della NASA per supportare queste possibilità. Ciò perché i modelli correnti indicano che la densità di polvere dovrebbe diminuire nella zona in cui sta viaggiando New Horizons, dove le rilevazioni sono superiori a quelle previste.

La regione di cielo in cui si trova il quasar J0529-4351. È stata creta da immagini che formano parte della Digitized Sky Survey 2 mentre il riquadro mostra al centro la posizione di questo quasar in un'immagine della Dark Energy Survey.

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” riporta l’identificazione del quasar più luminoso e vorace scoperto finora, catalogato come J0529-4351. Un team di ricercatori ha usato vari strumenti per capire che non si trattava di una stella vicina bensì di un quasar primordiale che vediamo com’era oltre 12 miliardi di anni fa.

I ricercatori hanno stimato che la massa del buco nero supermassiccio che lo alimenta sia circa 17 miliardi di volte quella del Sole e sta divorando i materiali che lo circondano a un ritmo elevatissimo, circa la massa del Sole ogni giorno. Lo studio di questo quasar primordiale da record può aiutare la ricostruzione della storia dell’universo primordiale e i processi che hanno portato a farlo diventare com’è oggi.