Telescopi

Gli ammassi galattici del Perseo e del Centauro

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” riporta i risultati di uno studio su sette ammassi galattici che contengono diversi buchi neri supermassicci che offre prove che le esplosioni di energia generate a questi buchi neri aiutano a raffreddare il gas di cui si nutrono. Un team di ricercatori ha utilizzato osservazioni condotte con vari strumenti per esaminare sette ammassi galattici. Esplosioni sotto forma di getti dai buchi neri supermassicci in quegli ammassi fanno raffreddare il gas formando sottili filamenti. Parte di quel gas finirà per tornare verso quei buchi neri innescando altre esplosioni in un meccanismo in cui i buchi neri “cucinano” i loro stessi pasti.

La galassia di Andromeda

Una nuova immagine della galassia di Andromeda è stata creata combinando immagini catturate dal telescopio spaziale Hubble da circa 600 campi visivi separati. Ci sono voluti due programmi di osservazione portati avanti in un totale di oltre dieci anni e mille orbite di Hubble per ottenere questo risultato. Il nuovo mosaico include oltre duecento milioni di singole stelle nella galassia di Andromeda, una minoranza composta da quelle più massicce e luminose del Sole. Le osservazioni di Hubble offrono molte informazioni su queste stelle che aiutano a capire meglio la storia di Andromeda.

Concetto artistico di una stella di neutroni che emette un lampo radio veloce dalla sua magnetosfera (Immagine cortesia Daniel Liévano, edited by MIT News)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta l’individuazione dell’origine del lampo radio veloce catalogato come FRB 20221022A collegandolo a una stella di neutroni di classe magnetar, probabilmente emerso dalla sua magnetosfera. Un team di ricercatori coordinato dal MIT ha usato osservazioni condotte con il radiotelescopio CHIME per individuare l’origine di questo lampo radio veloce già conosciuto sfruttando il fenomeno della scintillazione, paragonabile a come le stelle sfavillano nel cielo. Si tratta di un’altra prova del legame tra magnetar e lampi radio veloci, le potentissime emissioni che possono essere eventi singoli oppure ripetuti.

Concetto artistico del più lontano blazar conosciuto (Immagine U.S. National Science Foundation/NSF National Radio Astronomy Observatory, B. Saxton)

Due articoli, uno pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” e uno sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters”, riportano diversi aspetti di uno studio del blazar catalogato come VLASS J041009.05−013919.88, o semplicemente J0410−0139, il più distante trovato finora. Due team di ricercatori dei quali uno include l’associata INAF Silvia Belladitta e l’altro include Roberto Decarli dell’INAF di Bologna hanno usato diversi telescopi spaziali e al suolo e alcuni radiotelescopi per ottenere rilevazioni in varie bande elettromagnetiche.

L'ammasso NGC 346 con 10 stelle con dischi protoplanetari cerchiate (Immagine NASA, ESA, CSA, STScI, O. C. Jones (UK ATC), G. De Marchi (ESTEC), M. Meixner (USRA))

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta i risultati dello studio di un gruppo di dischi protoplanetari con un’età fino a 30 milioni di anni, anche 10 volte più di quanto prevedano gli attuali modelli di formazione planetaria. Un team guidato da Guido De Marchi dell’European Space Research and Technology Centre dell’ESA ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb dell’ammasso NGC 346, nella Piccola Nube di Magellano. Quella regione è caratterizzata da una quantità limitata di elementi più pesanti di idrogeno ed elio, proprio come l’universo primordiale. Questo studio conferma che in quelle condizioni i dischi protoplanetari possono durare molto più a lungo di quanto pensassero gli astronomi.