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Il Sole osservato a otto diverse lunghezze d'onda dalla sonda spaziale Solar Orbiter dell'ESA

L’ESA ha diffuso le prime informazioni, che includono le prime immagini, del Polo Sud del Sole, catturate tra il 16 e il 17 marzo 2025 dalla sonda spaziale Solar Orbiter, una missione gestita in collaborazione con la NASA e con la partecipazione dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana). Tre degli strumenti scientifici a bordo hanno permesso di osservare quell’area in diverse bande elettromagnetiche: Polarimetric and Helioseismic Imager (PHI), Extreme Ultraviolet Imager (EUI) e Spectral Imaging of the Coronal Environment (SPICE). I poli solari non sono visibili dalla Terra e Solar Orbiter li sta osservando come mai è stato possibile in precedenza. Le prime osservazioni hanno già mostrato qualche sorpresa.

ASKAP J1832-0911 (nel cerchietto) (Immagine: X-ray: NASA/CXC/ICRAR, Curtin Univ., Z. Wang et al.; Infrared: NASA/JPL/CalTech/IPAC; Radio: SARAO/MeerKAT; Image processing: NASA/CXC/SAO/N. Wolk)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta uno studio su ASKAP J1832-0911, o semplicemente ASKAP J1832, un oggetto la cui natura è ancora incerta. Un team di ricercatori ha combinato dati raccolti da diversi strumenti che includono l’Osservatorio per i raggi X Chandra della NASA e il radiotelescopio ASKAP per rilevare le emissioni di quest’oggetto. Ciò ha permesso di rivelarne le anomalie rispetto alle categorie considerate per cercare di identificarlo.

Le emissioni radio hanno portato a catalogarlo come transiente radio di lungo periodo ma ASKAP J1832 ha emissioni variabili della stessa durata anche nei raggi X. Non era mai stato trovato un oggetto con quel tipo di emissioni perciò desta molta curiosità. Potrebbe essere una magnetar o una nana bianca con una stella come compagna ma il suo comportamento rimane strano perciò le indagini continueranno.

Le Nubi di Magellano viste dalla sonda spaziale Gaia (Immagine ESA)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta i risultati di uno studio della Piccola Nube di Magellano che mostra come questa galassia nana stia subendo delle distorsioni nella sua forma a causa di varie influenze gravitazionali. Satoya Nakano e Kengo Tachihara dell’Università di Nagoya, in Giappone, ha usato dati raccolti dalla sonda spaziale Gaia dell’ESA assieme a informazioni sulle stelle cefeidi raccolte dal progetto OGLE (Optical Gravitational Lensing Experiment). Ciò ha permesso di determinare le distanze di 4.236 cefeidi e le anomalie nei loro movimenti. La conclusione è che la Piccola Nube di Magellano stia subendo un’influenza gravitazionale da parte della Grande Nube di Magellano e di un’altra fonte ancora sconosciuta.

sinistra i resti della supernova SN 1987A visti dal telescopio spaziale James Webb e negli altri due riquadri la simulazione della distribuzione di densità dei resti, che includono i materiali ricchi di ferro, e la morfologia attuale di quei resti.

Un articolo in fase di pubblicazione sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta uno studio della supernova SN 1987A che offre le prove che l’esplosione è stata decisamente asimmetrica e dominata da due getti bipolari. Un team di ricercatori guidato dall’astrofisico Salvatore Orlando dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) di Palermo ha sviluppato un modello che tiene conto dell’interazione tra materia e campo magnetico per studiare l’evoluzione di SN 1987A. I risultati riproducono con successo la morfologia dei materiali espulsi, ricchi di ferro, che è stata osservata in particolare dal telescopio spaziale James Webb. Ciò mostra come quelle strutture siano il risultato di un’esplosione asimmetrica.

15 dischi protoplanetari studiati nel progetto ODISEA con la loro classificazione secondo il modello proposto

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta un modello che traccia l’evoluzione dei dischi protoplanetari attraverso cinque fasi. Un team di ricercatori del progetto ODISEA (Ophiuchus DIsc Survey Employing ALMA) ha sviluppato questo modello usando sia simulazioni che osservazioni di dischi protoplanetari all’interno della nube molecolare di Ofiuco ottenute usando il radiotelescopio ALMA. Il tipo di evoluzione osservato conferma la divisione in fasi proposta nel 2020 in un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” e offre qualche conferma ai meccanismi con cui i pianeti giganti influenzano le dinamiche all’interno di quei dischi.