October 2020

La la navicella spaziale Soyuz MS-17 attracca alla Stazione Spaziale Internazionale (Immagine NASA TV)

Poco fa la navicella spaziale Soyuz MS-17 ha raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale. Era partita poco più di tre ore prima dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan con a bordo i tre nuovi membri dell’equipaggio Kate Rubins, Sergey Ryzhikov e Sergey Kud-Sverchkov. Per la prima volta, è stata utilizzata la rotta ultra-veloce che dimezza la durata del viaggio. Nel periodo precedente a un lancio, è normale per astronauti e cosmonauti rimanere in quarantena. In questo caso essa è stata estesa anche al personale che ha gestito il lancio, con limiti alle persone che hanno potuto essere a Baikonur.

Concetto artistico di evento di distruzione mareale (Immagine ESO/M. Kornmesser)

Un articolo pubbllicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” riporta uno studio su un evento di distruzione mareale catalogato come AT2019qiz in cui è stato possibile vedere le fasi in cui una stella è stata distrutta da un buco nero supermassiccio. Un team di ricercatori guidato dall’astrofisico Matt Nicholl dell’Università britannica di Birmingham che include Francesca Onori e Sergio Campana dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) ha utilizzato vari telescopi tra cui il Very Large Telescope (VLT), il New Technology Telescope (NTT) dell’ESO e l’osservatorio spaziale Spitzer della NASA per seguire questo evento, durato circa sei mesi, con la “spaghettificazione” della stella, di cui circa metà è già stata inghiottita dal buco nero.

Una rappresentazione artistica del buco nero neonato il quale ha una forma distorta con una cuspide assieme alle emissioni di onde gravitazionali

Un articolo pubblicato sulla rivista “Communications Physics” riporta uno studio sulle fusioni di buchi neri che mostra la relazione tra il segnale gravitazionale emesso da quell’evento e la forma del buco nero da esso prodotto. Un team di ricercatori guidato da Juan Calderón Bustillo – Marie Curie Fellow dell’Istituto galiziano di Fisica delle Alte Energie a Santiago de Compostela, in Spagna, ha creato simulazioni al computer di queste fusioni stabilendo che la forma del buco nero prodotto, distorta durante i momenti di assestamento e simile a una castagna, influenza le caratteristiche delle onde gravitazionali. I “cinguettii”, cioè i picchi di frequenza multipli prodotti nelle emissioni gravitazionali potrebbero essere rilevati se la linea di vista fosse parallela al piano orbitale della fusione.

Alcune galassie osservate nel progetto GAMA

Un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” propone un nuovo modo di studiare la formazione stellare nelle galassie. Un team di ricercatori guidato da Sabine Bellstedt dell’International Centre for Radio Astronomy Research (ICRAR) hanno sviluppato una tecnica per analizzare la metallicità, cioè l’abbondanza di elementi più pesanti dell’elio, delle galassie. Quegli elementi vengono prodotti dalle stelle perciò la loro quantità aumenta nel tempo e le più massicce ne producono di più oltre a emettere più luce. Combinando l’analisi della metallicità con quella della luminosità delle galassie che offre informazioni sulle masse delle stelle. Il modello risultante offre informazioni sulla storia della formazione stellare e l’applicazione su un campione di 7000 galassie indica che la maggior parte delle stelle si è formata nei primi 4 miliardi di anni di vita dell’universo.

Concetto artistico di buco nero supermassiccio circondato da galassie in una ragnatela cosmica (Immagine ESO/L. Calçada)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics Letters” riporta uno studio su un gruppo di sei galassie che circondano un buco nero supermassiccio i quali risalgono a un’epoca primordiale in cui l’universo aveva meno di un miliardo di anni. Un team di ricercatori guidato da Marco Mignoli dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) di Bologna che include altri scienziati dell’INAF ha usato il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO e il Large Binocular Telescope (LBT) per osservare quella struttura che è risultata complessa in quanto include filamenti di materia che si estendono per una distanza oltre 300 volte le dimensioni della Via Lattea. Il gas che si addensa in quella struttura forma quelli che sono stati paragonati ai fili di una ragnatela e quel gas potrebbe essere il responsabile dello sviluppo di un buco nero supermassiccio in un’epoca così remota.