Massimo Luciani

L'ammasso NGC 346 con 10 stelle con dischi protoplanetari cerchiate (Immagine NASA, ESA, CSA, STScI, O. C. Jones (UK ATC), G. De Marchi (ESTEC), M. Meixner (USRA))

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta i risultati dello studio di un gruppo di dischi protoplanetari con un’età fino a 30 milioni di anni, anche 10 volte più di quanto prevedano gli attuali modelli di formazione planetaria. Un team guidato da Guido De Marchi dell’European Space Research and Technology Centre dell’ESA ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb dell’ammasso NGC 346, nella Piccola Nube di Magellano. Quella regione è caratterizzata da una quantità limitata di elementi più pesanti di idrogeno ed elio, proprio come l’universo primordiale. Questo studio conferma che in quelle condizioni i dischi protoplanetari possono durare molto più a lungo di quanto pensassero gli astronomi.

Sulla sinistra l'ammasso galattico MACS J1423.8 + 2404 con un ingrandimento dell'area in cui sono situate le galassie Firefly Sparkle e le sue compagne

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta i risultati dello studio di una galassia primordiale che ha caratteristiche simili a quelle attribuite alla Via Lattea poco dopo la sua formazione. Un team di ricercatori guidato da Lamiya Mowla del Wellesley College, nel Massachusetts, l’ha soprannominata Firefly Sparkle dopo averla osservata usando il telescopio spaziale James Webb e con l’aiuto di una lente gravitazionale all’interno dell’indagine Canadian Unbiased Cluster Survey (CANUCS) con gli strumenti NIRCam e NIRSpec. Le osservazioni hanno incluso anche due compagne, due galassie che sembrano legate gravitazionalmente a Firefly Sparkle.

Il centro della galassia Centaurus A e la fonte C4 (Immagine NASA/CXC/SAO/D. Bogensberger et al.; elaborazione: NASA/CXC/SAO/N. Wolk)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta i risultati di osservazioni ai raggi X dei getti emessi dal buco nero supermassiccio al centro della galassia Centaurus A. Un team di ricercatori ha usato l’Osservatorio per i raggi X Chandra della NASA per trovare una struttura a forma di V che indica che uno dei getti ha colpito qualcosa la cui natura è incerta. Solo le osservazioni ai raggi X di Chandra hanno rivelato quella struttura fuori dal normale, catalogata come C4, laddove tanti altri strumenti, soprattutto radiotelescopi, non avevano mai mostrato anomalie del genere.

Gruppo di galassie osservate dal telescopie spaziale James Webb (Immagine NASA, ESA, CSA)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta i risultati di una nuova misurazione della velocità di espansione dell’universo ottenuta usando osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb che conferma i precedenti risultati ottenuti con Hubble. Un team di ricercatori guidato da Adam Riess, che sta indagando da anni sull’espansione dell’universo, ha verificato che la cosiddetta tensione di Hubble, come viene chiamata la discrepanza tra diverse misurazioni, non fosse dovuta a limiti del telescopio spaziale Hubble. Secondo Riess, questo risultato conferma che i nostri modelli cosmologici sono incompleti e ci potrebbe essere qualcosa che ancora non capiamo dell’universo.

Il satellite Sentinel-1C decolla su un razzo Vega-C (Foto cortesia ESA-CNES-ARIANESPACE/Optique vidéo du CSG–S. Martin)

Qualche ora fa, il satellite Sentinel-1C, parte del programma Copernicus / GMES, è stato lanciato dallo spazioporto di Kourou, nella Guiana francese, su un razzo vettore Vega-C. Dopo circa 1 ora e 44 minuti, il satellite si è regolarmente separato dall’ultimo stadio del razzo e ha cominciato a inviare segnali. La sua orbita finale nell’orbita terrestre bassa sarà a circa 693 chilometri di altitudine.