Astronomia / astrofisica

Io vista dalla sonda spaziale Juno (Immagine NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS. Image processing: Gerald Eichstädt/Thomas Thomopoulos (CC BY))

Alla European Geophysical Union General Assembly tenuta a Vienna nel corso della scorsa settimana l’investigatore principale della missione Juno della NASA, Scott Bolton, ha illustrato alcune nuove scoperte offerte dalla sonda spaziale Juno tra cui alcune riguardanti Io, la luna di Giove ricoperta di vulcani. Io è stata studiata anche da un team di ricercatori che ha usato il radiotelescopio ALMA per mappare i movimenti degli isotopi di zolfo e ricostruire il riscaldamento mareale che genera l’intensa attività vulcanica. I risultati sono stati pubblicati in un articolo sulla rivista “Journal of Geophysical Research: Planets”.

Concetto artistico dell'impatto di un pianeta nano su Plutone (Immagine cortesia Universiità di Beran. Illustrazione Thibaut Roger)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” offre una spiegazione alla formazione del grande e profondo bacino conosciuto come Sputnik Planitia su Plutone con la sua caratteristica forma a cuore. Un team di scienziati coordinati dall’Università svizzera di Berna ha creato simulazioni al computer che indicano che la depressione profonda alcuni chilometri potrebbe essere stata generata da un impatto con un oggetto con un diametro attorno ai 700 chilometri che è avvenuto con un angolo obliquo ed è stato relativamente lento. I risultati di queste simulazioni suggeriscono anche che Plutone probabilmente non ha un oceano sotterraneo di acqua liquida, al contrario di altri studi.

La posizione dei tre buchi neri stellari scoperti finora nella Via Lattea, rappresentata in proiezione, grazie alla missione Gaia.

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy and Astrophysics Letters” riporta l’identificazione di un buco nero stellare con una massa stimata in circa 33 volte quella del Sole che è stato catalogato come Gaia BH3. Un team di ricercatori ha usato dati raccolti dalla sonda spaziale Gaia dell’ESA per trovare questo buco nero nell’alone della Via Lattea, a meno di duemila anni luce dalla Terra. La sua massa è notevole per un buco nero stellare e ha una compagna, una stella molto antica dato che la sua età è stimata in circa 11 miliardi di anni.

Rappresentazione artistica del lampo gamma GRB221009A con i getti relativistici provenienti dal buco nero al centro (Immagine cortesia Aaron M. Geller / Northwestern / CIERA / IT Research Computing and Data Services)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” riporta uno studio sul lampo gamma catalogato come GRB221009A, il più brillante mai rilevato, che conferma che è stato causato dal collasso di una stella massiccia, che successivamente è esplosa in una supernova. Un team di ricercatori guidati dalla Northwestern University ha usato dati raccolti con il telescopio spaziale James Webb e con il radiotelescopio ALMA per ottenere le informazioni necessarie a supportare le loro conclusioni. Rimane il mistero dell’assenza di tracce della generazione di elementi pesanti come platino e oro, che pensavano potessero essere associati a supernove che portano a lampi gamma molto potenti.

La nebulosa NGC 6164/6165 che circonda il sistema HD 148937 vista dal VLT Survey Telescope (Immagine ESO/VPHAS+ team. Acknowledgement: CASU)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Science” riporta uno studio sul sistema HD 148937, un sistema binario circondato da una doppia nebulosa conosciuta come NGC 6164/6165. Un team di ricercatori ha usato gli strumenti PIONIER e GRAVITY montati sull’interferometro del VLT (VLTI) dell’ESO in Cile e dati dell’archivio dello strumento FEROS all’Osservatorio di La Silla, anch’esso dell’ESO in Cile, per raccogliere i dati necessari a concludere che in origine si trattava almeno di un sistema triplo e a un certo punto due delle stelle si sono fuse. Si è trattato di un evento violento che ha creato la nube di materiali attorno al sistema.