Telescopi

La Galassia Sombrero vista agli infrarossi dal telescopio spaziale James Webb

Una nuova immagine (NASA, ESA, CSA, STScI) catturata dal telescopio spaziale James Webb ritrae la Galassia Sombrero agli infrarossi. Lo strumento MIRI (Mid-Infrared Instrument) offre dettagli invisibili ad altri telescopi creando un ritratto diverso da quello a cui gli astronomi sono abituati. Il nucleo è molto luminoso alle frequenze di luce visibile mentre agli infrarossi un disco interno uniforme viene rivelato. Il disco esterno risulta “grumoso” e ciò permette di capire la distribuzione della polvere al suo interno, un risultato importante per farsi un’idea dei processi di formazione stellare in atto.

La stella WOH G64 vista dal VLTI (Immagine ESO/K. Ohnaka et al.)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta la realizzazione di un’immagine dettagliata della stella supergigante rossa WOH G64 e dell’ambiente circostante, la prima mai ottenuta di una stella al di fuori della Via Lattea. Un team di ricercatori guidato dall’astrofisico Keiichi Ohnaka dell’Universidad Andrés Bello in Cile ha usato lo strumento GRAVITY sul VLTI dell’ESO in Cile per ottenere i dettagli di questa stella della Grande Nube di Magellano. Questo studio può fornire dettagli importanti su una stella che sta passando attraverso l’agonia che terminerà con la sua esplosione in una supernova. Un bozzolo di polveri e un possibile toro che circondano WOH G64 mostrano i segni di quell’agonia.

Le galassie ultramassicce S1, S2 e S3

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta la scoperta di tre galassie ultramassicce nell’universo primordiale in cui stelle si stanno formando con un’efficienza quasi doppia rispetto alle galassie di massa media per gli standard di quell’era. Un team di ricercatori coordinato dall’Università di Ginevra ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb all’interno del programma FRESCO. Le tre galassie (Immagine NASA/CSA/ESA, M. Xiao & P. A. Oesch (University of Geneva), G. Brammer (Niels Bohr Institute), Dawn JWST Archive), che sono state catalogate come S1, S2 e S3, sono massicce quasi quanto la Via Lattea e si aggiungono alle altre che sono state scoperte negli ultimi anni e sono difficilmente spiegabili con i modelli cosmologici maggiormente accettati, a cominciare dal lambda-CDM.

Protogalassie viste dal telescopio spaziale James Webb (Immagine NASA)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta alcune predizioni offerte dalla MOND (Modified Newtonian Dynamics), una teoria basata su modifiche alle leggi gravitazionali di Newton ed Einstein che non prevede l’esistenza della materia oscura. Stacy S. McGaugh, James M. Schombert, Federico Lelli dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) di Arcetri e Jay Franck hanno applicato questo modello a galassie primordiali studiate con il telescopio spaziale James Webb ottenendo un accordo migliore rispetto al modello lambda-CDM, il migliore modello cosmologico basato sull’esistenza della materia oscura. Si tratta di uno degli studi, spesso basati su osservazioni di Webb, che stanno mettendo alla prova modelli cosmologici che non erano molto considerati a causa della mancanza di conferme.

Concetto artistico di galassia nana primordiale con un buco nero supermassiccio in rapida crescita (Immagine NOIRLab/NSF/AURA/J. da Silva/M. Zamani)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” riporta i risultati dello studio della galassia nana catalogata come LID-568, che ha al suo centro un buco nero supermassiccio che sta divorando materiali a un ritmo che è oltre quaranta volte superiore ai suoi limiti teorici. Un team di ricercatori guidato dall’astronoma Hyewon Suh dell’International Gemini Observatory/NSF NOIRLab che include Federica Loiacono, Giorgio Lanzuisi, Stefano Marchesi e Roberto Decarli dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) ha combinato osservazioni condotte con i telescopi spaziali Chandra e James Webb per ottenere dati precisi su questo buco nero supermassiccio così vorace. Lo vediamo com’era circa 1,5 miliardi di anni dopo il Big Bang e la sua scoperta indica un modo in cui questi oggetti così estremi riescono a crescere così rapidamente.