Telescopi

Varie situazioni di stelle e pianeti

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta la scoperta di un candidato esopianeta con una probabilità molto elevata di esistere, una super-Terra designata come KOI-456.04 il cui anno stimato è poco più lungo di quello terrestre che orbita attorno a Kepler-160, una stella simile al Sole. Un team di ricercatori guidato da René Heller del Max Planck Institute for Solar System Research di Gottinga, in Germania, ha analizzato vecchi dati accumulati dal telescopio spaziale Kepler utilizzando un nuovo metodo basato sul modello fisico dettagliato della variazione della luminosità della stella invece di quello classico basato sulla ricerca dei minuscoli cali di luminosità che avvengono quando il pianeta passa tra la stella e il telescopio. L’analisi ha portato anche alla scoperta di un altro candidato esopianeta designato come Kepler-160 d.

Concetto artistico di W1200-7845 col suo disco protoplanetario (Immagine NASA/William Pendrill)

Al 236° Meeting dell’American Astronomical Society (AAS) tenuto nei giorni scorsi, in quest’occasione in maniera virtuale e non in un luogo fisico a causa della pandemia Covid-19, è stata annunciata la scoperta della più giovane nana bruna del nostro vicinato cosmico. Chiamata W1200-7845, è talmente giovane da avere un disco protoplanetario, una scoperta davvero interessante perché permetterà di studiare una possibile formazione planetaria attorno a un oggetto che può essere considerato una stella fallita. Questo risultato è arrivato grazie al programma Disk Detective, che permette a persone comuni di esaminare immagini astronomiche catturate dal telescopio spaziale WISE della NASA, alla ricerca di dischi protoplanetari. La sua scoperta ha permesso di compiere osservazioni mirate allo scopo di studiarne l’evoluzione.

Una sezione della mappa tridimensionale delle galassie della Sloan Digital Sky Survey usata per l'analisi

Un articolo pubblicato sulla rivista “Physical Review Letters” riporta una nuova stima della velocità di espansione dell’universo basata sulle grandi strutture cosmiche formate dalle galassie. Un team di ricercatori guidato dal dottor Seshadri Nadathur dell’Institute of Cosmology and Gravitation (ICG) all’Università britannica di Portsmouth ha usato dati relativi a oltre un milione di galassie e quasar raccolti in oltre un decennio dalla Sloan Digital Sky Survey per creare un’analisi che ha fornito una misura degli effetti della misteriosa energia oscura che sta aumentando la velocità di espansione dell’universo. Aggiungere un nuovo metodo di suo calcolo non porta necessariamente al valore giusto ma può aiutare a capire perché altri metodi forniscano risultati incompatibili e dove potrebbe essere necessario ampliare le nostre conoscenze della fisica per ottenere il valore giusto.

Rappresentazione artistica di una stella del ramo orizzontale estremo con una macchia stellare gigante

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy” riporta uno studio su stelle di un tipo particolare dato che sono molto più piccole del Sole ma molto più calde e quindi di colore blu. Un team di ricercatori guidato da Yazan Al Momany dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) di Padova ha usato vari strumenti del Very Large Telescope (VLT) e dell’NTT (New Technology Telescope), entrambi dell’ESO e in Cile per studiare stelle di quel tipo scoprendo l’equivalente delle macchie solari ma di dimensioni anche tremila volte maggiori. In alcune di queste macchie sono stati osservati brillamenti milioni di volte più intensi di quelli solari che indicano la presenza di campi magnetici molto intensi.

Schema dell'evoluzione di dimensioni e forma dell'asteroide interstellare 'Oumuamua

Un articolo accettato per la pubblicazione sulla rivista “Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio sull’asteroide interstellare 1I/2017 U1 / ‘Oumuamua che offre una spiegazione alle sue strane proprietà. Il professor Gregory Laughlin dell’Università di Yale e il dottor Darryl Seligman dell’Università di Chicago hanno esaminato i dati raccolti nel corso delle varie osservazioni di ‘Oumuamua concludendo che potrebbe contenere una notevole percentuale di ghiaccio di idrogeno e potrebbe avere avuto origine nel cuore di una nube molecolare.