Telescopi

Concetto artistico di 'Oumuamua (Immagine cortesia William Hartmann)

Due articoli pubblicati sulla rivista “Journal of Geophysical Research: Planets” riportano altrettante parti di una ricerca sull’asteroide interstellare ‘Oumuamua proponendo la teoria che sia composto soprattutto di azoto solido e si tratti di un frammento di un esopianeta simile a Plutone. Il professor Steven Desch e il dottor Alan Jackson della Arizona State University hanno provato a valutare le caratteristiche di diversi tipi di ghiaccio per vedere quale si adattasse meglio alle caratteristiche osservate in ‘Oumuamua. La loro conclusione è che il ghiaccio d’azoto spiegherebbe il comportamento di questo asteroide interstellare. Secondo la loro ricostruzione, tra 400 e 500 milioni di anni fa, una collisione staccò un frammento da un pianeta simile a Plutone lanciandolo nello spazio interstellare.

Giove e una rappresentazione dei venti nella regione del polo sud

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta la prima misurazione diretta della velocità di venti nella regione centrale dell’atmosfera del pianeta Giove. Un team di ricercatori guidato da Thibault Cavalié del Laboratoire d’Astrophysique de Bordeaux, in Francia, ha trovato il modo di misurare la velocità di venti nella stratosfera nell’area colpita dalla cometa Shoemaker–Levy 9 nel luglio 1994. Ad anni di distanza, molecole di acido cianidrico immesse nell’atmosfera gioviana continuano a viaggiare assieme ai venti e tali spostamenti sono rilevabili nelle emissioni captate dal radiotelescopio ALMA. Il risultato è che tali venti raggiungono i 1450 km/h vicino ai poli di Giove.

Abell 78 (Immagine ESA/Hubble & NASA, M. Guerrero. Acknowledgement: Judy Schmidt)

Un’immagine composta che mette assieme dati ottenuti dal telescopio spaziale Hubble e dal telescopio Pan-STARRS1 alle Hawaii mostra i dettagli della nebulosa planetaria Abell 78. Essa è piuttosto inusuale tra le nebulose planetarie perché si tratta di una cosiddetta stella rinata il cui nucleo ha esaurito la fusione nucleare ma la densità raggiunta dagli strati esterni espulsi in modo violento ha innescato in essi la fusione dell’elio. La conseguenza è un’espulsione ancor più violenta di materiali che hanno generato la forma irregolare della nebulosa attorno alla stella progenitore ormai morente.

U Monocerotis

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta uno studio sulla stella variabile U Monocerotis condotto esaminando dati raccolti nel corso di quasi 130 anni. Un team di ricercatori guidato da Laura Vega della Vanderbilt University di Nashville, negli USA, ha studiato quello che in effetti è un sistema binario usando dati che vanno indietro fino a quelli raccolti nel 1888 e conservati negli archivi della American Association of Variable Star Observers (AAVSO). Si tratta dello studio più completo mai condotto su una stella variabile, la più grande della coppia, una supergigante gialla la cui luminosità varia nel tempo.

Diversi valori della costante di Hubble

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta un metodo per misurare la velocità di espansione dell’universo che tiene conto delle differenze tra le supernove di tipo Ia utilizzate. Un team di ricercatori guidato da Nandita Khetan, dottoranda al Gran Sasso Science Institute e associata all’Istituto Nazionele di Fisica Nucleare (INFN) ha proposto un metodo per calibrare le distanze di quelle supernove usando le fluttuazioni di brillanza superficiale (in inglese surface brightness fluctuations, SBF) delle galassie che le ospitano. Il risultato è più vicino a quelli già calcolati con altri metodi rispetto a quello ottenuto senza quella calibrazione. Non risolve il problema dei valori della cosiddetta costante di Hubble molto diversi ma suggerisce la possibilità che il problema sia dovuto a imprecisioni strumentali e che non richieda una nuova fisica.