Telescopi

Una rappresentazione artistica del buco nero neonato il quale ha una forma distorta con una cuspide assieme alle emissioni di onde gravitazionali

Un articolo pubblicato sulla rivista “Communications Physics” riporta uno studio sulle fusioni di buchi neri che mostra la relazione tra il segnale gravitazionale emesso da quell’evento e la forma del buco nero da esso prodotto. Un team di ricercatori guidato da Juan Calderón Bustillo – Marie Curie Fellow dell’Istituto galiziano di Fisica delle Alte Energie a Santiago de Compostela, in Spagna, ha creato simulazioni al computer di queste fusioni stabilendo che la forma del buco nero prodotto, distorta durante i momenti di assestamento e simile a una castagna, influenza le caratteristiche delle onde gravitazionali. I “cinguettii”, cioè i picchi di frequenza multipli prodotti nelle emissioni gravitazionali potrebbero essere rilevati se la linea di vista fosse parallela al piano orbitale della fusione.

Alcune galassie osservate nel progetto GAMA

Un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” propone un nuovo modo di studiare la formazione stellare nelle galassie. Un team di ricercatori guidato da Sabine Bellstedt dell’International Centre for Radio Astronomy Research (ICRAR) hanno sviluppato una tecnica per analizzare la metallicità, cioè l’abbondanza di elementi più pesanti dell’elio, delle galassie. Quegli elementi vengono prodotti dalle stelle perciò la loro quantità aumenta nel tempo e le più massicce ne producono di più oltre a emettere più luce. Combinando l’analisi della metallicità con quella della luminosità delle galassie che offre informazioni sulle masse delle stelle. Il modello risultante offre informazioni sulla storia della formazione stellare e l’applicazione su un campione di 7000 galassie indica che la maggior parte delle stelle si è formata nei primi 4 miliardi di anni di vita dell’universo.

Concetto artistico di buco nero supermassiccio circondato da galassie in una ragnatela cosmica (Immagine ESO/L. Calçada)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics Letters” riporta uno studio su un gruppo di sei galassie che circondano un buco nero supermassiccio i quali risalgono a un’epoca primordiale in cui l’universo aveva meno di un miliardo di anni. Un team di ricercatori guidato da Marco Mignoli dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) di Bologna che include altri scienziati dell’INAF ha usato il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO e il Large Binocular Telescope (LBT) per osservare quella struttura che è risultata complessa in quanto include filamenti di materia che si estendono per una distanza oltre 300 volte le dimensioni della Via Lattea. Il gas che si addensa in quella struttura forma quelli che sono stati paragonati ai fili di una ragnatela e quel gas potrebbe essere il responsabile dello sviluppo di un buco nero supermassiccio in un’epoca così remota.

Simulazioni e osservazioni di M87*

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta uno studio sui dati raccolti nel corso degli anni dell’area attorno al buco nero supermassiccio al centro della galassia M87, quello immortalato nell’immagine presentata nell’aprile 2019 dal progetto Event Horizon Telescope (EHT). Un team di ricercatori guidato da Maciek Wielgus del Center for Astrophysics | Harvard & Smithsonian (CfA) ha analizzato anche dati che non erano stati pubblicati ma facevano parte delle osservazioni compiute tra il 2009 e il 2013 con un numero minore di radiotelescopi. Quei dati sono risultati comunque utilissimi per mostrare i cambiamenti in quell’area, con l’ombra del buco nero M87* che risulta tremolante e con una variazione nel suo orientamento.

Concetto artistico della Terra Pigreco (Immagine cortesia NASA Ames/JPL-Caltech/T. Pyle, Christine Daniloff, MIT)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal” riporta uno studio sull’esopianeta K2-315b, soprannominato Terra Pigreco (Pi Earth) perché il suo anno dura 3,14 giorni terrestri, un’approssimazione del valore di pi greco. Un team di ricercatori del progetto SPECULOOS (Search for habitable Planets EClipsing ULtra-cOOl Stars), una rete di telescopi al suolo, li ha usati per confermare l’esistenza del pianeta verificando dati raccolti dal telescopio spaziale Kepler della NASA. Terra Pigreco è molto vicina alla sua stella perciò la temperatura sulla sua superficie è molto elevata anche se la stella è molto piccola e relativamente fredda. Eventuali forme di vita dovrebbero essere analoghe agli estremofili terrestri. Può essere privo di vita ma è un candidato interessante per lo studio della sua atmosfera.