Buchi neri

Versione artistica dell'illustrazione del test della teoria postquantistica della gravità

Un articolo pubblicato sulla rivista “Physical Review X (PRX)” propone quella che viene chiamata una teoria postquantistica della gravità classica. Il professor Jonathan Oppenheim dello University College London (UCL) offre un approccio diverso da quello adottato dalla maggior parte dei suoi colleghi proponendo di modificare la teoria quantistica per riuscire a unificarla con la gravità relativistica. Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Communications” offre alcune riflessioni da parte degi ex studenti di dottorato del professor Oppenheim sulle conseguenze della sua teoria e propone un esperimento per verificarla.

galassia UHZ1 vista dall'Osservatorio per i raggi X Chandra e dal telescopio spaziale James Webb

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Astronomy”, uno pubblicato su “The Astrophysical Journal Letters” e uno sottoposto per la pubblicazione su “The Astrophysical Journal” riportano diversi aspetti dello studio del più lontano buco nero rilevato ai raggi X. Diversi team di ricercatori hanno combinato i dati ottenuti con l’Osservatorio per i raggi X Chandra e il telescopio spaziale James Webb per studiare la galassia UHZ1 ai raggi X e agli infrarossi. Il risultato è la scoperta di un buco nero supermassiccio in fase di crescita circa 470 milioni di anni dopo il Big Bang. Lo studio offre prove che esso è nato avendo già una massa notevole, confermando che i buchi neri supermassicci crescono da semi che si formano dal collasso diretto di enormi quantità di gas.

Arp-Madore 2339-661 (Immagine ESA/Hubble & NASA, J. Dalcanton, Dark Energy Survey/DOE/FNAL/NOIRLab/NSF/AURA Acknowledgement: L. Shatz)

Un’immagine catturata dal telescopio spaziale Hubble ritrae Arp-Madore 2339-661, un oggetto che fino a non molti anni fa era considerato una coppia di galassie interagenti, catalogate come NGC 7733 (in basso a destra) e NGC 7734 (in alto a sinistra). Tuttavia, osservando il braccio superiore di NGC 7733 è possibile vedere una sorta di grande nodo di colore diverso dal blu predominante che in realtà è una galassia nana, ora catalogata come NGC 7733N. La conseguenza è che l’interazione in atto è quella che alcuni chiamano una fusione di gruppo. Fusioni tra due galassie sono normali ma a volte c’è una quantità superiore di galassie e in questo caso ce ne sono tre che mostrano segni di avere nuclei galattici attivi.

Il quasar Pōniuāʻena visto dal radiotelescopio NOEMA e in basso la mappa spettroscopica con il picco nelle emissioni con la "firma chimica" del monossido di carbonio

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta la scoperta del gas molecolare freddo più distante nel mezzo interstellare della galassia che ospita il quasar soprannominato Pōniuāʻena, uno dei tre quasar luminosi più distanti conosciuti. Un team di ricercatori guidato da alcuni associati dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) ha usato osservazioni condotte con il radiotelescopio NOEMA (Northern Extended Millimeter Array) per ottenere la rilevazione del gas, per la precisione monossido di carbonio. Questo studio può fornire informazioni preziose per capire come un buco nero supermassiccio potesse avere una massa un miliardo e mezzo di volte quella del Sole quando l’universo aveva “solo” settecento milioni di anni.

Immagine del cosiddetto campo ultra-profondo usato nell'indagine MIDIS e sulla destra evidenziate alcune delle galassie primordiali al centro di questo studio

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio che indica che l’universo primordiale era molto più luminoso di quanto previsto dalle simulazioni basate sugli attuali modelli cosmologici. Un team di ricercatori coordinato dal Centro di Astrobiologia di Madrid ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb per esaminare galassie che si sono formate tra 200 e 500 milioni di anni dopo il Big Bang. La combinazione di osservazioni condotte con lo strumento NIRCam e dell’indagine MIRI Deep Imaging Survey (MIDIS) dell’Hubble Ultra Deep Field (HUDF) su un campione di 44 galassie primordiali mostra la loro sorprendente luminosità e compattezza.