Telescopi

Uno schema del passaggio dall'universo pieno di idrogeno neutro e buio a quello luminoso che segue l'epoca della reionizzazione

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta l’individuazione di un gruppo di galassie primordiali che potrebbero essere tra quelle che hanno contribuito alla reionizzazione dell’universo, facendolo diventare da buio a luminoso. Un team di ricercatori coordinato dall’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb all’interno del programma GLASS-JWST per studiare 29 galassie molto lontane e quindi antiche. L’esame delle caratteristiche fisiche di quelle galassie ha portato i ricercatori a concludere che l’80% di esse ha contribuito in modo significativo alla reionizzazione.

Immagine della Luna catturata usando una metalente (Immagine cortesia Xingjie Ni. Tutti i diritti riservati)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nano Letters” riporta la dimostrazione delle possibilità di un telescopio dotato di una metalente. Un team di ricercatori ha prodotto una metalente da 80 millimetri, una struttura che schemi superficiali simili ad antenne che concentrano la luce per ingrandire oggetti distanti. Rispetto alle lenti classiche, hanno il grande vantaggio di essere estremamente sottili.

Finora, le metalenti erano limitate a dimensioni molto ridotte dovute a problemi di produzione ma questo studio ha sviluppato una tecnica per produrre metalenti da 80 millimetri utilizzabili in telescopi. Si tratta di una tecnica di fotolitografia ultravioletta profonda (in inglese deep ultraviolet (DUV) photolithography) del tipo usato per produrre microprocessori adattata per produrre metalenti.

La stella X3a nel suo guscio di gas e polveri (Immagine cortesia Florian Peißker)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta la scoperta di una stella molto giovane e massiccia, catalogata come X3a, in un ambiente in cui non dovrebbe poter esistere dato che orbita attorno a Sagittarius A*, o semplicemente Sgr A*, il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea. Un team di ricercatori guidato da Florian Peißker dell’Istituto di astrofisica dell’Università di Colonia, in Germania, ha usato diversi strumenti per individuare X3a.

Secondo i ricercatori, la stella dev’essersi formata in una nube più lontana da Sagittarius A* per poi essere attratta da esso. Ciò suggerisce un modello di formazione stellare vicino a un ambiente in cui le condizioni sembrano impossibili.

Concetto artistico della stella di Scholz con la sua compagna, un sistema binario che potrebbe essere simile a LP 413-53AB (Immagine Michael Osadciw/University of Rochester)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta la scoperta che il sistema catalogato come LP 413-53AB è formato da due stelle nane ultrafredde che orbitano l’una attorno all’altra in sole 17 ore. Un team di ricercatori guidato da Chih-Chun “Dino” Hsu della Northwestern University ha usato osservazioni condotte con i telescopi dell’Osservatorio Keck per distinguere due stelle così piccole e così vicine. In precedenza, tre sistemi binari composti da nane ultrafredde erano stati scoperti ma si trattava di stelle giovani in termini astronomici mentre la coppia di LP 413-53AB ha un’età stimata in diversi miliardi di anni. Non sappiamo quanto sia difficile trovare queste coppie a causa delle loro deboli emissioni e spiegare l’esistenza di LP 413-53AB è difficile.

I resti della supernova Tycho (X-ray (IXPE: NASA/ASI/MSFC/INAF/R. Ferrazzoli, et al.), (Chandra: NASA/CXC/RIKEN & GSFC/T. Sato et al.) Optical: DSS Image processing: NASA/CXC/SAO/K. Arcand, L.Frattare & N.Wolk)

Un articolo in pubblicazione sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta uno studio sui resti della supernova Tycho che offre nuove informazioni sulla geometria dei suoi campi magnetici. Un team di astronomi guidato da Riccardo Ferrazzoli dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale IXPE per esaminare i raggi X polarizzati emessi da questi resti di supernova. Ciò ha permesso di trovare nuovi indizi sulle condizioni nelle onde d’urto generate dalla supernova che accelerano particelle a velocità vicine a quelle della luce.