Pianeti

Il cratere Jezero su Marte

Due articoli pubblicati sulla rivista “Icarus” riportano altrettanti studi sul cratere Jezero su Marte. Due team di ricercatori hanno usato dati raccolti dalla sonda spaziale Mars Express dell’ESA per ricostruire varie parti della storia del cratere Jezero che, con i suoi 49 chilometri circa di diametro, anticamente ospitava un lago. Esso si è asciugato molto tempo fa ma ha lasciato tracce come materiali argillosi che si formano solo in presenza d’acqua. La ricchezza di minerali diversa è dovuta anche a un’antica attività vulcanica che ha interessato l’intera regione. La missione Mars 2020 della NASA, con il Mars Rover Perseverance, atterrerà nel cratere Jezero, se tutto andrà bene, nel febbraio 2021 per cercare anche possibili tracce di vita, presente o passata.

Concetto artistico di esopianeta nel deserto nettuniano (Immagine cortesia University of Warwick/Mark Garlick)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta uno studio sull’esopianeta TOI-849b, che sembra essere il nucleo di un gigante gassoso al quale la sua stella ha strappato l’atmosfera. Un team di ricercatori guidato dal dottor David Armstrong dell’Università britannica di Warwick ha usato dati raccolti dal telescopio spaziale TESS della NASA e dallo spettrografo HARPS dell’ESO per stimare le caratteristiche di TOI-849b. Il risultato è stato che la sua massa è circa 40 volte quella della Terra con dimensioni simili a quelle di Nettuno, il che significa che la sua densità è simile a quella della Terra. La notevole vicinanza alla sua stella è probabilmente il motivo per cui non ha un’atmosfera, anche se rimane aperta la possibilità che sia una sorta di gigante gassoso fallito che non è riuscito a catturare gas dopo la formazione del nucleo osservato.

Concetto artistico di Kelt-9b con la sua stella sullo sfondo (Immagine NASA's Goddard Space Flight Center/Chris Smith (USRA))

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astronomical Journal” riporta uno studio sulle caratteristiche dell’orbita dell’esopianeta KELT-9b, un gioviano ultracaldo molto vicino alla propria stella. Un team di ricercatori guidato da John Ahlers dell’Exoplanets and Stellar Astrophysics Laboratory del Goddard Space Flight Center della NASA ha usato dati raccolti dal telescopio spaziale TESS della NASA per creare un modello dell’interazione tra stella ed esopianeta che hanno permesso di capire meglio le caratteristiche peculiari della stella e quelle estreme di KELT-9b. Ad esempio, è risultato che la stella ruota su se stessa a una velocità tale da schiacciarla ai poli rendendoli più caldi e l’esopianeta orbita attorno a quei poli con la conseguenza che ha due estati quando vi passa sopra mentre ha due inverni quando passa sopra l’equatore della stella.

HBC 672 vista da Hubble (Immagine NASA, ESA, and STScI)

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta osservazioni ripetute in momenti diversi con il telescopio spaziale Hubble della stella HBC 672 e del movimento dell’ombra proiettata dal suo disco protoplanetario su una nube interstellare. Un team di ricercatori guidato da Klaus Pontoppidan dello Space Telescope Science Institute (STScI) ha confrontato le posizioni dell’ombra nel corso di 13 mesi notandone il movimento, che ha un effetto visivo simile a un battito d’ali dato che la sua forma le richiama al punto che la stella e il suo disco protoplanetario sono stati soprannominati Ombra del Pipistrello. Potrebbe trattarsi di un pianeta che si sta formando e che sta distorcendo il disco.

Varie situazioni di stelle e pianeti

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta la scoperta di un candidato esopianeta con una probabilità molto elevata di esistere, una super-Terra designata come KOI-456.04 il cui anno stimato è poco più lungo di quello terrestre che orbita attorno a Kepler-160, una stella simile al Sole. Un team di ricercatori guidato da René Heller del Max Planck Institute for Solar System Research di Gottinga, in Germania, ha analizzato vecchi dati accumulati dal telescopio spaziale Kepler utilizzando un nuovo metodo basato sul modello fisico dettagliato della variazione della luminosità della stella invece di quello classico basato sulla ricerca dei minuscoli cali di luminosità che avvengono quando il pianeta passa tra la stella e il telescopio. L’analisi ha portato anche alla scoperta di un altro candidato esopianeta designato come Kepler-160 d.