Stelle

Una parte del complesso di Rho Ophiuchi

Un’immagine di una parte del complesso di Rho Ophiuchi catturata dal telescopio spaziale James Webb è stata scelta per celebrare il primo anniversario del rilascio delle prime immagini ufficiali della missione scientifica del nuovo strumento di punta dell’astronomia. Lo strumento NIRCam ha colto dettagli di questa nube molecolare gigante che costituisce una delle regioni di formazione stellare più vicine alla Terra. Ritardi e problemi vari avevano portato a rimandare molte volte la data del lancio di Webb ma nell’ultimo anno tutte le promesse di passi in avanti nel campo dell’astronomia sono state mantenute e questo è solo l’inizio.

Concetto artistico dell'esopianeta LTT 9779 b e della sua stella (Immagine cortesia Ricardo Ramírez Reyes (Universidad de Chile)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta uno studio sull’esopianeta LTT 9779 b, un nettuniano ultracaldo che è stato definito come il più grande specchio dell’universo perché riflette circa l’80% della luce che riceve dalla sua stella. Un team di ricercatori che include Gaetano Scandariato dell’INAF Osservatorio Astrofisico di Catania ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale CHEOPS dell’ESA per studiare LTT 9779 b. Hanno potuto calcolare quella che tecnicamente si chiama albedo, la quantità di luce che riflette, in questo caso a livelli eccezionali. La conclusione è che un’albedo così estrema sia dovuta a nubi di metalli riflettenti.

I resti delle supernove SN 2004et e SN 2017eaw (Immagine NASA, ESA, CSA, Ori Fox (STScI), Melissa Shahbandeh (STScI). Elaborazione: Alyssa Pagan (STScI))

Un articolo pubblicato sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” riporta l’individuazione di grandi quantità di polvere provenienti da due supernove nella galassia NGC 6946. Un team di ricercatori ha usato il telescopio spaziale James Webb per trovare tracce di polvere proveniente dalle supernove SN 2004et e SN 2017eaw sfruttando in particolare le potenzialità dello strumento MIRI. Il risultato è la scoperta di grandi quantità di polvere tra i materiali espulsi da ognuna delle due supernove e ciò supporta la teoria che nell’universo primordiale le supernove hanno avuto un ruolo chiave nel produrre polvere.

Una sezione parziale del Sole fotografata dallo strumento EUV della sonda spaziale Solar Orbiter con gas a una temperatura attorno al milione di gradi Celsius

Un articolo in fase di pubblicazione sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta uno studio di quelle che sono state paragonate a stelle cadenti, osservate in dettagli mai ottenuti prima assieme alla corona solare. Un team di ricercatori coordinati dalla Northumbria University di Newcastle ha usato osservazioni condotte dalla sonda spaziale Solar Orbiter dell’ESA per studiare quelli che in realtà sono grumi di plasma che possono raggiungere una larghezza di 250 chilometri, una pioggia coronale che precipita sulla superficie del Sole. Quel lplasma si scalda fino ad alcuni milioni di gradi, uno stato che dura pochi minuti durante la caduta fino alla sua condensazione seguente al rapido calo di temperatura.

Immagine del cosiddetto campo ultra-profondo usato nell'indagine MIDIS e sulla destra evidenziate alcune delle galassie primordiali al centro di questo studio

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio che indica che l’universo primordiale era molto più luminoso di quanto previsto dalle simulazioni basate sugli attuali modelli cosmologici. Un team di ricercatori coordinato dal Centro di Astrobiologia di Madrid ha usato osservazioni condotte con il telescopio spaziale James Webb per esaminare galassie che si sono formate tra 200 e 500 milioni di anni dopo il Big Bang. La combinazione di osservazioni condotte con lo strumento NIRCam e dell’indagine MIRI Deep Imaging Survey (MIDIS) dell’Hubble Ultra Deep Field (HUDF) su un campione di 44 galassie primordiali mostra la loro sorprendente luminosità e compattezza.