Astronomia / astrofisica

La CDF-S e i 28 buchi neri supermassicci fortemente oscurati

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta la scoperta di 28 buchi neri supermassicci fortemente oscurati. Un team guidato da Erini Lambrides della Johns Hopkins University ha combinato oltre 80 giorni di osservazioni del telescopio spaziale Chandra della NASA nell’indagine conosciuta come Chandra Deep Field-South (CDF-S) con quelle di altri telescopi che includono i telescopi spaziali Hubble e Spitzer per identificare nuclei galattici attivi le cui emissioni a moltissime lunghezze d’onda erano bloccate dall’enorme bozzolo di materiali che li circonda. I buchi neri supermassicci fortemente oscurati sono tra i più ricercati perché capire i loro meccanismi di crescita aiuta a capire l’evoluzione di questi oggetti estremi che possono avere masse anche miliardi di volte quella del Sole.

Il Sole e i suio falò visti da Solar Orbiter

ESA e NASA hanno pubblicato immagini catturate dalla sonda spaziale Solar Orbiter durante il suo primo passaggio ravvicinato al Sole. In questo caso, ravvicinato vuol dire a una distanza di circa 77 milioni di chilometri, una manovra durante la quale aveva tutti i suoi strumenti attivi dato che sono stati tutti testati nonostante i problemi derivati dalla pandemia Covid-19 con le difficoltà per ingegneri e scienziati della missione. Tra le prime immagini ci sono quelle dei cosiddetti falò, eruzioni piccole per gli standard solari ma sono più vaste dell’Italia.

L'afterglow di GRB181123B nel cerchietto visto da Gemini Nord (Immagine cortesia International Gemini Observatory/NOIRLab/NSF/AURA/K. Paterson & W. Fong (Northwestern University))

Un articolo in pubblicazione sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio del lampo gamma corto catalogato come GRB181123B concentrandosi sulla scoperta di quello che in gergo è chiamato afterglow, in parole povere i residui delle emissioni di GRB181123B, i quali in questo caso sono stati rilevati anche a frequenze ottiche. Le stime indicano che quell’evento è stato generato circa dieci miliardi di anni fa rendendolo il più distante mai rilevato con un afterglow ottico. Probabilmente la causa è stata una fusione di stelle di neutroni perciò eventi di questo tipo offrono informazioni su quanto tempo serviva perché avvenissero e sulla loro quantità in quell’epoca.

Le nane brune WISEA J041451.67-585456.7 e WISEA J181006.18-101000.5

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal” riporta la scoperta di due nane brune grazie all’aiuto di astrofili che hanno partecipato al programma Backyard Worlds: Planet 9. Catalogate come WISEA J041451.67-585456.7 e WISEA J181006.18-101000.5, si tratta di due oggetti con masse che rientrano tra quelle tipiche delle nane brune ma con altre caratteristiche più simili a quelle dei pianeti giganti gassosi. Potrebbero essere le prime sub-nane di tipo T estremo e assomigliano ad antichi esopianeti, con pochissimo ferro, avendo età stimate attorno ai 10 miliardi di anni. Le loro caratteristiche le rende utili per capire meglio gli esopianeti.

Il cratere Jezero su Marte

Due articoli pubblicati sulla rivista “Icarus” riportano altrettanti studi sul cratere Jezero su Marte. Due team di ricercatori hanno usato dati raccolti dalla sonda spaziale Mars Express dell’ESA per ricostruire varie parti della storia del cratere Jezero che, con i suoi 49 chilometri circa di diametro, anticamente ospitava un lago. Esso si è asciugato molto tempo fa ma ha lasciato tracce come materiali argillosi che si formano solo in presenza d’acqua. La ricchezza di minerali diversa è dovuta anche a un’antica attività vulcanica che ha interessato l’intera regione. La missione Mars 2020 della NASA, con il Mars Rover Perseverance, atterrerà nel cratere Jezero, se tutto andrà bene, nel febbraio 2021 per cercare anche possibili tracce di vita, presente o passata.