Pianeti

Rappresentazione artistica del pianeta K2-18b con una densa atmosfera, la sua stella e il pianeta K2-18c sullo sfondo (Immagine cortesia Alex Boersma)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” descrive una ricerca sul sistema della stella K2-18. Un team di ricercatori ha usato lo strumento HARPS all’osservatorio La Silla dell’ESO in Cile per studiare l’esopianeta K2-18b, scoperto nel 2015, che potrebbe essere una versione di maggiori dimensioni della Terra. L’analisi dei dati ha portato alla scoperta di un secondo esopianeta, che è stato chiamato K2-18c, un po’ meno massiccio e più vicino alla sua stella perciò probabilmente troppo caldo per essere nell’area abitabile del suo sistema.

Rendering della Terra dopo l'impatto di Theia (Immagine cortesia SwRI/Marchi)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Geoscience” descrive una ricerca sulle conseguenze per la Terra del bombardamento che seguì la formazione della Luna. Secondo un team del Southwest Research Institute (SwRI) guidato dall’italiano Simone Marchi, le collisioni successive a quella che portò alla nascita della Luna continuarono ad aumentare la massa della Terra per un tempo maggiore di quanto si pensasse finora.

Wright Mons su Plutone (Immagine NASA/JHUAPL/SwRI)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Icarus” descrive una ricerca che suggerisce nuove possibilità per gli effetti gravitazionali di corpi celesti trans-nettuniani di generare calore in altri corpi celesti abbastanza vicini come nel caso di Plutone e Caronte. Un team di ricercatori ha esaminato l’influenza di quel tipo di riscaldamento su corpi che potrebbero avere invece temperature bassissime ma che in certe condizioni possono ospitare oceani sotterranei la cui durata potrebbe essere allungata.

Fratture nelle Sirenum Fossae (Immagine ESA/DLR/FU Berlin, CC BY-SA 3.0 IGO)

L’ESA ha pubblicato immagini catturate dalla sua sonda spaziale Mars Express che mostrano l’area di Marte chiamata Sirenum Fossae. La macchina fotografica High Resolution Stereo Camera (HRSC) ha permesso di scattare fotografie di un’area il cui aspetto è stato determinato da un’antica attività vulcanica con la conseguenza che si è formato un sistema di fosse tettoniche chiamate in gergo graben che si estendono per migliaia di chilometri sulla superficie del pianeta rosso.

RSL nel cratere Tivat su Marte (Immagine NASA/JPL-Caltech/UA/USGS)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Geoscience” descrive una ricerca in cui un team di ricercatori sostiene che i segni di flussi di acqua liquida individuati su Marte sono in realtà costituiti da sabbia asciutta. La possibile esistenza di quelle che tecnicamente vengono chiamate RSL (recurring slope lineae), appunto strisce di sabbia bagnata da acqua liquida, era stata annunciata nel settembre 2015 dalla NASA. Nuovi studi dei dati raccolti dalla sonda spaziale MRO (Mars Reconnaissance Orbiter) della NASA potrebbero invece mostrare una situazione diversa.