Massimo Luciani

Concetto artistico dell'evoluzione della kilonova GW170817

Un articolo accettato per la pubblicazione sulla rivista “The Astrophysical Journal Letter” riporta uno studio basato sulle emissioni di raggi X provenienti dalla kilonova generata dalla fusione di due stelle di neutroni nell’evento rilevato alle onde gravitazionali il 17 agosto 2017 e catalogato come GW170817. Un team di ricercatori ha usato osservazioni condotte con l’Osservatorio per i raggi X Chandra della NASA negli anni successivi alla prima rilevazione per monitorare l’evoluzione dei resti della kilonova. Finora si tratta dell’unica kilonova identificata con certezza ed è stata rilevata sia alle onde elettromagnetiche che alle onde gravitazionali ma ancora non vi è la certezza di cosa sia stato prodotto dall’evento GW170817. Le emissioni di raggi X potrebbero indicare che è nato un buco nero ma potrebbe trattarsi di emissioni che costituiscono una sorta di bagliore residuo della kilonova.

Il sistema HR 6819 nella nuova interpretazione dei dati (Immagine ESO/L. Calçada)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta un nuovo studio sul sistema HR 6819 che offre una spiegazione più convincente di quella proposta nel 2020, quando venne proposta la presenza di un buco nero come parte di un sistema triplo. Un team di ricercatori guidato da Abigail Frost della Ku Leuven, in Belgio, che include membri del team che aveva sostenuto la presenza del buco nero e membri del team che aveva già offerto una spiegazione alternativa, ha usato nuove osservazioni ottenute con il VLT dell’ESO che includono l’uso dell’interferometro VLTI per cercare di ottenre una risposta definitiva. La conclusione è che HR 6819 è un sistema binario in cui non c’è alcun buco nero ma è in atto un fenomeno di vampirismo stellare in cui una delle due stelle ha strappato grandi quantità di idrogeno alla compagna.

Concetto artistico del blazar PKS 2131-021 con i suoi due buchi neri supermassicci (Immagine cortesia Caltech/R. Hurt (IPAC))

Un articolo pubblicato sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters” riporta uno studio sul blazar catalogato come PKS 2131-021 che offre prove del fatto che contenga una coppia di buchi neri supermassicci che orbitano l’uno attorno all’altro in un periodo di due anni. Un team di ricercatori ha utilizzato dati raccolti da diversi telescopi con osservazioni radio che vanno indietro nel tempo fino al 1975 per ricostruire ciò che succede all’interno di PKS 2131-021 sfruttando la sua natura di blazar. Ciò perché per definizione un blazar è alimentato da un buco nero supermassiccio che emette un getto di materiali a velocità elevatissime orientato verso la Terra. L’esame del getto proveniente da PKS 2131-021 ha mostrato un movimento causato dai movimenti orbitali del buco nero e di un compagno l’uno attorno all’altro. Secondo i ricercatori, dal punto di vista terrestre, questi due buchi neri supermassicci si fonderanno tra circa 10.000 anni.

Il cratere Urvara sul pianeta nano Cerere

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Communications” riporta l’identificazione di sali e composti organici nel cratere Urvara sul pianeta nano Cerere. Un team di ricercatori ha utilizzato i dati raccolti dalla sonda spaziale Dawn della NASA per condurre l’indagine più dettagliata sul cratere Urvara, il terzo cratere da impatto per dimensioni su Cerere. I risultati non sono sorprendenti e anzi confermano le scoperte degli anni scorsi riguardanti soprattutto i due crateri più grandi, Occator ed Ernutet. Le celebri macchie bianche che sono state chiamate in gergo faculae, misteriose prima degli esami ravvicinati, brillano grazie ai sali contenuti e ora è arrivata la conferma anche per Urvara. Questo risultato conferma anche la presenza almeno in passato di un oceano sotterraneo in cui acqua molto salata rimaneva allo stato liquido e forse ce n’è ancora.

L'ammasso galattico Abell 3667

Un articolo pubblicato sulla rivista “Astronomy & Astrophysics” riporta la vista più dettagliata mai ottenuta di resti all’interno dell’ammasso galattico Abell 3667 con un’onda d’urto che si espande per oltre sei milioni di anni luce, la più grande mai individuata. Un team di ricercatori guidato da Francesco de Gasperin dell’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) ha usato il radiotelescopio MeerKAT per ottenere le immagini dettagliate di un’onda d’urto generata dalla collisione tra due ammassi galattici avvenuta oltre un miliardo di anni fa.